La specificità bio-etica

Fra Aldo Vendemiati ffb.
Rubbettino, Soveria Mannelli 2002. Un volume di 369 pagine.

In molti contesti si parla, si discute, si scrive e si insegna di bioetica, ma non sempre è chiaro cosa si intenda con questo termine. In particolare si pone con forza il problema della specificità morale della bioetica, della sua visualizzazione eidetica, ossia – in termini classici – della determinazione del suo oggetto formale in quanto scienza morale: da quale «punto di vista» il bioetico considera buono o cattivo, lecito o illecito, giusto o ingiusto un certo comportamento?
Il libro si configura da un lato come guida alla lettura di alcune tra le istanze più significative emergenti nel dibattito sull’identità della bioetica (Beauchamp-Childress, Veatch, Engelhardt, Pellegrino-Thomasma, Gracia, Malherbe, Jonas, Sgreccia) e, dall’altro, come proposta di criteri per affrontare questa disciplina e le sue problematiche, in modo razionalmente fondato, per un inte-grale rispetto della persona umana.
Il senso della parte espositiva sta nel tentativo di rendere esplicito il dibattito sui fondamenti della bioetica. Si ha infatti l’impressione che l’attenzione del pubblico – sovente anche di quello accademico – sia superficialmente attratta dal confronto sulle soluzioni a casi particolari, piuttosto che sulle premesse argomentative che le sostengono, spesso in modo criptico.
Nei paesi di tradizione cattolica, la bioetica è inesorabilmente segnata dalle prese di posizione del magistero della Chiesa: chi vuole definire la sua prospettiva teorica si sente tenuto a situarsi rispetto a questa istanza, come «cattolico osservante», «cattolico critico», «agnostico», «laico» (spesso nel senso di «anticlericale»), ecc. L’impressione è che questa polarizzazione sul campo religioso finisca con l’occultare la vera posta in gioco del dibattito: il futuro dell’uomo e della società. Si evita pertanto di cadere nella trappola di
distinguere «bioetica cattolica» e «bioetica laica», secondo uno stereotipo banalmen-te provinciale. La linea di demarcazione della panoramica offerta dall’Autore è invece
di tipo «culturale» in senso ampio, comprendendo in questa accezione non solo le prospettive religiose, ma anche quelle linguistiche, giuridiche e filosofiche.
Tenendo conto di questi fattori, è agevole distinguere una bioetica «anglosassone» da una bioetica «continentale».
Il discrimine tra i due approcci è pro-babilmente costituito dalle caratteristiche del diritto a cui si fa riferimento.
La bioetica anglosassone si è sviluppata in un contesto marcato essenzialmente da un diritto di common law, strutturato da modalità abbastanza deduttive, in cui le considerazioni etiche e giuridiche si intrecciano, innestandosi sulla giuri-sprudenza dei casi precedenti, e pertanto etica e diritto tendono a confondersi. Nei contesti culturali segnati dal diritto romano, invece, il passaggio dall’etica al diritto deve varcare la soglia della legislazione; pertanto la preoccupazione etica si pone da se stessa a monte e a valle del diritto, anziché contaminarlo da parte a parte.
Questa è la ragione per cui nell’area anglosassone la bioetica è prevalentemente casistica, procedurale, concentrata sulla ricerca di soluzioni pratiche accettabili dai più, e quindi, per sua natura, più giuridico-politica che etica; mentre nell’area continentale è più etica che giuridica: ciò implica la grande importanza della filosofia – ed in particolare dell’antropologia – per lo sviluppo futuro di questa scienza.
La parte propositva formular alcune prospettive per una proposta bioetica, con lo scopo di delineare alcune linee di riflessione che possano aprire la strada ad ulteriori sviluppi. Alla luce di tutta la trattazione, risulta chiara l’identità della bioetica: si tratta di una riflessione interdisciplinare normativa, di carat-tere morale, finalizzata ad una gestione responsabile degli enormi poteri che l’uomo ha acquisito – ed acquisisce incessantemente – nell’ambito delle tecnologie biomediche. Di fronte alle istanze semplificatrici che tendono a sosti-tuire il giudizio morale con la decisione pratica, il primo passo consiste nello stabilire la «prospettiva della morale» in relazione alla gestione di questi poteri. Ma per fare questo c’è bisogno di una corretta antropologia e di una coe-rente teoria dell’agire morale (che, nella prospettiva dell’Autore, coincide con l’etica in prima persona). Da questo punto di vista è possibile collocare la bio-etica anzitutto a livello di genere morale, nella eticità intrinseca della ricerca biomedica, ossia nella riflessione sulla sua finalità in quanto impresa umana.
A partire da qui è possibile determinare il criterio per il giudizio e per la scelta: l’azione giusta, ossia rispettosa della dignità umana. Avremo così gli elementi per definire la specificità morale: a livello di «specie», i singoli atti della biomedicina verranno intesi come azioni-base intenzionali, che possono definirsi buone o cattive, in ultima analisi, in relazione al rispetto delle persone coinvolte dagli atti medesimi.
Sarà poi possibile intraprendere una discussione nuova circa i principî e le norme all’interno della teoria morale così definita. Si evidenzia quindi l’importanza delle virtù in bioetica: a parere dell’A., la categoria della virtù è l’unica in grado di coniugare le esigenze della formalità e della materialità morale, dell’universalità e della concretezza, dell’oggettività della norma e della soggettività della coscienza. La virtù, come rettitudine stabile dell’aspirare, appare come la chiave di volta per l’intero impianto bioetico.
 

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